Piero Paladini Art & Design

Il circo

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01-albero Circense è quanto di meglio dalla vita si può sperare, solo pochi schizzi o un solo quadro... che dell’assurdo di questa vi consegnerà il ritratto...

Fui rovistato nel fondo con tale scandaglio che tanto nell’anima quanto in miniera sarebbero certo riusciti ad estrarre dal mio interno il dorato filone.
Carrelli unti di grasso e sporchi di carbone in giostre luccicanti per gli stolti che della loro avventatezza avranno presto cagione, divenendo all’alba somari e merce buona a mezzodì per un mercato che andrà dal circo all’aratro, dalla frusta alla prigione.

Pinocchio - Zebre e leoni, amico delle prime e gustoso osso da pulirsi i denti per quegli altri con la criniera, bisognava darsi da fare, divenire utili nell’ingranaggio, per evitare che lo stesso mi tirasse per i piedi...decisi allora di piegarmi all’educazione di una frusta che non dava tregua nè pace alle mie pur robuste ed equine terga.

Domatore - Forza somaro, sulle zampe di dietro, sciaff...ha un amaro sapore la frusta, vero? sciaff...e allora sulle zampe di dietro, scimmiotta gli umani, sciaff...gratifica chi paga il biglietto e con quello la tua pigione, sciaff...lavora e sarai premiato, asino d’un somaro, sciaff...sciaff...

Pinocchio - Iiiiiooooh... All’inizio imparai a saltare i cerchi infuocati e a far di conto, ma la noia ed il mio appena nato talento circense mi spinsero a concepire un numero che avrebbe lasciato il segno sul mio corpo e nell’annovero dei numeri acrobatici: ... issato nella mia forma d’asino tra le gobbe d’ un cammello, cavalcavo il bislacco animale nel cerchio di paglia e in quello inseguivo una giraffa... poi, roteando per aria un lazzo da mandriano, se mi riusciva, la catturavo.
Alla quinta replica nella stessa mattinata, lo sperlungo animale mi fece volar via, sbalzandomi di sella con un solo strattone del suo lungo e stanco collo.

Iiioooh ...iiiooooh... una zampa rotta, una vita ed una carriera appena iniziata e già cariche di successi erano terminate.
Una pietra al collo e giù nel fiume, per esser rivenduto come pelle di tamburo o zerbino, cosa importa se in tal modo si può tornar utili in questo mondo che usa le cose ed i corpi alla stessa maniera.
Per molto altro ma sopratutto affinchè la forma, che sulla terra è giudice e vittima di sè stessa, si affranchi dalle insane idee dell’uomo che la manipola per farla sua e la tasta e la rompe con quel suo dannato dito opponibile che tanto lo fa sentire onnipotente e non soltanto più scimmia... ché a sbucciar banane non si molestava certo nessuno.

Fu così che, mentre tirato per il collo da una grossa pietra, calavo asino nel fiume, tornai di duro legno, burattino per mano di quella che ogni volta accorreva in mio aiuto o per darmi il colpo di grazia... non mi era chiaro, ma talmente bella m’appariva e così dolce giungeva la sua voce che sussurrava sempre al mio orecchio tanto da vicino che non distinguevo mai bene se il sogno o quel limbo prossimo alla morte fosse il luogo prefisso ai nostri incontri.


Per la prima volta fui veramente felice d’ essere legna che galleggia e scivola veloce sulle acque profonde ed assai poco trasparenti che portano in un mondo obliquo alla terra, magari un luogo in cui la natura potrebbe aver riscattato il giusto valore e l’esatta ragione della forma generosamente elargita ad ognuno di noi, e noi divenir così strumenti a quell’unico scopo ...ne sono certo, mi avrebbe reso felice e libero dal continuo cambiamento e da quella perenne trasformazione che costringeva un pezzo tondo come me a divenir quadrato.
Ma poi vidi qualcosa venirmi incontro: era immane e di forma variegata, rotta sui lati e sbiancata, tenuta insieme da nulla che i miei occhi potessero vedere... se non da quell’insieme pallido che somigliava a niente che io conoscessi, a meno che...
 
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