Piero Paladini Art & Design

Mutamenti e metamorfosi

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Indice
Mutamenti e metamorfosi
Le Trasformazioni
Il diluvio
L’età dell’oro
L’età dell’argento
L'età del bronzo
Narciso
Dedalo e Icaro
Teseo
Apollo e Dafne
Giove, Io, Argo
Amore e Psiche
Tutte le pagine
Mutamenti e Metamorfosi

 

Le Metamorfosi secondo Piero Paladini

Lorenzo Madaro

Ancora una volta Piero Paladini si muove con stupore nei sentieri complessi del mito, con un fare solo apparentemente disinvolto, poiché ogni dipinto è frutto di un processo lento di meditazione iconografica e formale. Non a caso l’artista predilige agire contemporaneamente su più opere, in modo tale da digerire con estrema calma e dedizione ogni singolo aspetto di un tema e delle fasi di lavorazione delle sue tele dalla tramatura grezza.

Paladini torna ad Acaya – a pochi chilometri dal quell’incantevole castello che sembra emerso da uno dei suoi dipinti di paesaggio – con un nuovo ciclo di dipinti (dieci, per l’esattezza) ispirati alle Metamorfosi di Ovidio, accompagnato da un articolato contributo di Piero Grima, che più volte ha lavorato a quattro mani con l’artista, in un continuo rincorrersi di parole e segni, di concetti e immagini, di letture teoriche e interpretazioni iconografiche.

Nell’introdurre la sua personale esegesi di alcuni fondamentali soggetti che emergono da quel composito universo di Ovidio, Grima fa subito riferimento al fulcro di questo nuovo progetto, battezzato Mutamenti e metamorfosi, ovvero l’indagine verso le trasformazioni della nostra epoca, asserendo che tali “sconvolgimenti” colpiscono l’uomo soprattutto nella psiche.

A quell’interesse verso il “racconto”, inteso come descrizione approfondita – ma mai tediosa – di talune immagini estrapolate dalla letteratura, forse quella cavalleresca, approfondito da Paladini fino alcuni anni fa, i dipinti in mostra contrassegnano nuovi step, legati essenzialmente a una semplificazione dell’immagine e quindi a una sintesi formale che presagisce nuove ricerche figurative.

Così Apollo e Dafne si muovono con un passo irruento, ma assolutamente morbido, in una selva architettata con poche spirali da cui emergono fiori stilizzati e volatili forse estrapolati da un affresco della memoria o da una miniatura medievale vagheggiata in chissà quale dei suoi labirintici percorsi. Le cromìe sono quelle degli ocra, con un fondo monocromo che ribadisce quell’attenzione formale rigorosa che poi ha sempre distinto il suo operare nel mondo dell’arte. E, ancora una volta, le figure sono manichini, le teste sono maschere e i loro movimenti risultano intrisi di surrealtà.

Con Amore e Psiche la gestualità diventa un elemento essenziale di tutta la composizione. Si muovono con uno scatto energico, animando così il paesaggio impossibile tratteggiato con quei cinque tronchi che non sono altro che un espediente, quasi teatrale, per ambientare la scena e suggerire un senso di profondità. L’espressività, ancora una volta, è sondata attraverso il segno, mentre l’eterea inconsistenza del mito si risolve assemblando braccia e gambe a busti presi idealmente in prestito da qualche antiquario.

Dieci dipinti – tutti di grandi dimensioni – danno così vita a un nuovo universo contaminato, a un puzzle di immagini che, come ha asserito Grima, non sono altre che metafore degli umori e dei sintomi della vita contemporanea. E questa lettura è confermata dal labirintico paesaggio entro cui agisce Teseo, nelle visioni plurali suggerite in Narciso e Eco, Dedalo e Icaro, L’età del ferro, L’età dell’argento e Giove, Io, Argo, sempre coerente a quella pittura che l’ha spinto in un cammino solitario e solo apparentemente anacronistico. E in tal senso rimane valida l’analisi che Luciano Caramel ha sintetizzato con chiarezza a proposito di un ciclo di opere dedicate a Gian Giacomo dell’Acaya: «La reinvenzione [per Piero Paladini] riguarda quindi anche la resa pittorica, pur essa “contemporanea”, seppur con un’intenzionale patina di inattualità nutrita dal riemergere libero di echi figurali remoti, funzionali a creare un’atmosfera».



 
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