Piero Paladini Art & Design

PITTURA COME REINVENZIONE

E-mail Stampa

Scritto da Luciano Caramel

luciano-caramel-acaya-giugno-2010L’opera d’arte, si sa, è sempre un autoritratto. Anche quando non sembra assomigliare all’autore o addirittura raffigura un'altra persona. È il caso, in un certo senso estremo, ma solo apparentemente paradossale, del nuovo ciclo di pitture di Piero Paladini qui documentato, di quindici grandi dipinti di cm 250 x 120 in pittura a tempera acrilica su tela di juta preparata a gesso eseguiti per

la famiglia Brizio Montinari e ora in esposizione permanente nel chiostro di Acaya Golf Resort, in Salento, presso Lecce.

Con un transfert singolare, l’artista si è proiettato, reinventandolo, su di un nobiluomo conterraneo vissuto cinque secoli fa, facendone, e quindi facendosi, il protagonista di una “storia” per successive inquadratute. Il personaggio in oggetto è il barone Giangiacomo dell’Acaya, nato tra il 1492 e il 1502 e morto nel 1570, architetto e ingegnere, progettista anche di costruzioni civili, ma soprattutto celebre nell’architettura militare. Dopo la trasformazione del borgo nativo di Segine nel centro fortificato di Acaya, la sua prima impresa nota, conclusa nel 1535, sono suoi, in parte, il Castello di Lecce, e le altre fortificazioni della città, oltre a fabbriche in diversi luoghi. Stimato da Carlo V, che gli decretò il ruolo di “ingegnere generale del Regno di Napoli”, ebbe incarichi rilevanti anche non direttamente progettuali, come quello di accompagnare Francesco Maria I della Rovere duca di Urbino in un sopralluogo voluto dall’imperatore alle fortificazioni di Napoli, Capua, Aversa, Nola Pozzuoli, Baia, Ischia e Capri. Compito svolto con Fernando de Alarcón, marchese del Vallo Siciliano, collaboratore del viceré Pedro Alvarez de Toledo, al quale Giangiacomo dell’Acaya fu molto legato.

Siffatto protagonismo del Barone e la scena fastosa del viceregno napoletano in cui esso si realizzava affascinò Paladini, che, da pittore, dovette subito immaginarlo carico di colori, quelli dei suoi quadri, oltre che di vitalismo dinamico: di eventi guerreschi, di incontri e scontri, ma anche di affetti e di slanci emotivi, con aperture “colte”, di pensiero e di poesia, sollecitate dalla poliedricità di dell’Acaya, molto interessato alla matematica fin dagli studi giovanili (intrattenne rapporti con Niccolò Tartaglia, che nel 1542 visitò a Venezia) e cultore di poesia. Il poeta napoletano Bernardino Rota gli dedicò un sonetto e restano notizie della sua presenza nel circolo di Vittoria Colonna, moglie di Ferdinando Francesco d’Avalos, marchese di Pescara, legata d’amicizia con Michelangelo.

Un personaggio pubblico estroverso, Giangiacomo dell’Acaya, che si realizza nel pensiero e nell’azione, che Paladini, instaurando un rapporto personale, interiorizza, appunto reinventandolo, come s’è detto, liberandolo dagli interrogativi e dai dubbi che le indagini storiografiche hanno sollevato (cfr. in O.Brunetti, A difesa dell’Impero. Pratica architettonica e dibattito teorico nel Viceregno di Napoli nel Cinquecento, Mario Congedo Editore, Lecce 2006) e facendone un eroe solo positivo. Con un processo tutt’altro che incongruo ed eccezionale, dato che il passato lo riviviamo nel presente, con una partecipazione datata inevitabilmente all’oggi. La storia è sempre storia contemporanea e la sua mitizzata oggettività è un miraggio ideologico. La realtà del passato non può essere riproposta tale e quale in quella del presente. La tradizione medesima è sì un collegarsi al passato, ma facendolo nostro e quindi modificandolo. Meccanismo che vale su di un piano generale, in rapporto al contesto antropologico, culturale e sociale entro cui l’uomo vive, sempre, lungo i secoli e i millenni, diverso, ma che si concreta anche, come nel caso di Paladini, su di un registro particolare, individuale. Trattandosi di giudizi di valore, qualitativi, non quantitativi, la storia, per essere storia, pur fondata su fonti oggettive, non può non essere soggettiva, nel senso di un’elaborazione personale attraverso parametri differenti. Maometto e Carlomagno, il grande libro problematico, del 1937, dello storico belga Henry Pirenne tocca un problema ancor oggi attuale, ma entro coordinate che non sono, non possono essere quelle del presente. Proprio per questo, nella sua alterità è anche oggi attuale e attivo. Su tale registro è nata e si è sviluppata la liaison, tutt’altro che dangereuse tra Piero Paladini e il dell’Acaya e il suo trasferimento nell’immagine della pittura, pur essa autonoma, nonostante certe, molto late affinità nei costumi, e nell’atmosfera stessa della figurazione. Solo, comprensibilmente, certe architetture, militari e no, delle ambientazioni appaiono più “in tema”, ma con notevoli libertà e licenze, anche di clima temporale, a riprova di una dominante novità di invenzione fantastica, la cui coerenza e consequenzialità è propria della pittura di Paladini e della sottesa, fiabesca sua verve narrativa, con soluzioni che a volte fanno pensare alle illustrazioni contemporanee, alle trasparenze dei cartoni animati e persino alla leggerezza dei fumetti, sul filo, di nuovo, dell’aderenza al presente, che si insinua nel tessuto pittorico arcaicizzante, riscattandolo da noiose ricostruzioni primitiveggianti e “in stile” e dalla stessa sterilità che ha segnato certa pittura “colta” o “anacronista” in voga negli anni ottanta, stridente, oltre che per l’incapacità, spesso, degli autori di usare tecniche del passato, anche per lo scollamento tra le tecniche stesse e i caratteri iconici dell’immagine. La reinvenzione riguarda quindi anche la resa pittorica, pur essa “contemporanea”, seppur con un’intenzionale patina di inattualità nutrita dal riemergere libero di echi figurali remoti, funzionali a creare un’atmosfera.

La fluenza sciolta e originalmente autonoma delle “strisce” di Paladini trova riscontro anche nel tono, nel ritmo e nella costruzione della narrazione verbale, qui pubblicata, che accompagna le immagini e nel suo accento, spesso, poetico, frutto di una frequentazione del pittore, dalla giovinezza, come lettore e scrittore, della letteratura.

All’esperienza della quale, come del cinema, pare debitrice la struttura delle quindici “stazioni”, che muove dalla conclusione di un dell’Acaya rinchiuso, per l’insolvenza verso la Regia Corte di un mercante fiorentino di cui era stato mallevadore, in una cella nel Castello leccese di Carlo V da lui stesso costruito, dove morirà, che scrive al figlio Manilio le sue memorie, “prima che quelle fuggano via, anzi svaniscano precedendomi”, per poi svolgere la successione delle altre quattordici scene con i relativi commenti. Che, brevi, ma, nella sintesi, illuminanti, oltre a stimolare il fruitore alla riflessione su se stesso e gli altri, sul senso della vita, sul destino e il caso e Dio, eccetera, costituiscono anche una preziosa chiave di lettura per i dipinti e la loro iconografia. E, ancora, nella successione diacronica articolano la continuità tra passato e presente, e quindi futuro, come esemplarmente nella succitata opera n.1 di dell’Acaya che scrive (il presente) le sue memorie (il passato) per il figlio (il futuro).

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 09 Febbraio 2011 12:02 )  
You are here: Home